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Noi siamo l’alternativa di governo

Riporto questo articolo di Antonio Di Pietro, che ben riassume il manifesto politico di Italia Dei Valori e che condivido e sostengo in pieno.

Io invito i cittadini a leggere la relazione della Corte dei Conti. Non usa la parola “caimano” ma dice esattamente quel che dico io, e cioè che l’Italia è più povera. Se non basta la Corte dei Conti, c’è un’altra nota associazione comunista, l’Istat, e se non basta neanche quella si può prendere quel noto giornale comunista che è “Il Sole 24 Ore” piuttosto che l’associazione degli industriali. Purtroppo le politiche portate avanti da questo governo, sui piani economico, sociale, dello sviluppo e del contenimento del debito si sono rivelate un fallimento. Sia che lo dici in dipietrese sia che lo dici alla Bruno Vespa, sempre una situazione disperata è.
In democrazia, quando c’è un governo che non raggiunge gli obiettivi bisogna, nelle regole dell’alternanza e dell’alternativa, proporne un altro, e comunque avere l’umiltà di farsi da parte. Altrimenti, invece che farsi da parte in maniera spontanea bisogna pensarci in maniera “spintanea”, democraticamente parlando.

Io credo che l’Italia dei valori sia in una fase molto importante ma anche molto delicata di ricollocazione. Me ne assumo la responsabilità, perché questa fase l’ho voluta e cercata e lo voglio continuare a fare. L’idv è nata nel 2000 con un chiaro intento di denuncia di una primavera interrotta. Dopo Mani pulite doveva nascere una seconda repubblica basata sulla credibilità delle persone e invece tutte le persone che avevo visto a san Vittore me le ritrovo a Montecitorio. Dopo dieci anni, oggi ritengo l’Italia dei valori una formazione che deve assumere la responsabilità di un’alternativa e di una prospettiva. Quindi abbiamo perso l’elettorato di mera protesta.
Io non ce l’ho con quell’elettorato. La protesta è l’effetto di un danno subìto. Il compito è costruire condizioni tali per cui meno persone sentano sulla propria pelle questo danno. Io sento la responsabilità di costruire questa alternativa. Quando ho fatto il ministro delle Infrastrutture lo ho fatto senza guardare al colore, e tra me e Bersani abbiamo fatto a gara a chi faceva più liberalizzazioni. Io voglio tornare al governo e continuare a fare questo lavoro di rilancio di un’alternativa di governo …I referendum sono il culmine di questa attività d’opposizione. Il 12 e 13 giugno per noi è il termine della fase d’opposizione.

L’Italia dei valori nasce dieci anni dopo la caduta del Muro di Berlino: questa etichetta, “Idv comunista”, non c’azzecca proprio per niente. Noi siamo iscritti all’Internazionale liberal-democratica, facciamo parte dei liberal-democratici europei, che quest’anno fanno il loro congresso qui in Italia, a Palermo a novembre, e siamo proprio noi dell’Idv che lo allestiamo per tutta l’Italia.
In Europa la realtà liberal-democratica è frastagliata. In Inghilterra è più di destra, ma in Francia, Belgio e Germania sta più in area riformista. Noi vogliamo costruire a livello europeo e italiano una realtà in cui i princìpi liberali si sposano con la seconda parte dell’ art 41: una finalità sociale.

Il messaggio che vorrei mandare al Paese è che non basta dire “centrodestra” e “centrosinistra”. Oggi c’è forse una primavera culturale alle porte, che parla di una logica dell’alternanza e dice che non basta più dire “comunista” e “anticomunista”. C’è un modello culturale che deve essere rivisto a fondo. Siamo in Italia nel 2011, in un Paese moderno e democratico: mettere le paure dell’Islam, degli omosessuali, degli zingari è un modello culturale che chi sta al governo può proporre per carpire voti agli elettori?

Nella coalizione di centrosinistra io credo che ci sia bisogno del sogno e dell’utopia di Vendola come della concretezza e delle liberalizzazioni di Bersani. Non credo proprio che Sel e Pd si metteranno insieme in un partito unico. Io, comunque, non sono assolutamente interessato.
Voglio collaborare con la sinistra moderna post-ideologica, che si rifà alla Costituzione italiana e ai suoi princìpi di solidarietà, che sono non comunisti ma cristiani. Io con l’Idv credo di poter dare un contributo a questa coalizione politica per presentare un’alternativa di governo.
Noi dell’Idv vogliamo stare all’interno di un’area liberale, in cui c’è la libertà di mercato e le regole di mercato ma anche una solidarietà. Noi abbiamo detto di votare sì al referendum sull’acqua pubblica non perché siamo statalisti ma perché riteniamo che si sono dei beni fondamentali e primari che per definizione non dovrebbero essere in vendita. Ma questo, lo ho già detto, non è un principio comunista. Gesù Cristo diceva “Dar da bere agli assetati”, non Mao!

Dove sono gli italiani

Pubblico sul mio blog questo post di Antonio Di Pietro. Le sue parole faticano a non essere condivisibili..sono parole impregnate di un senso di amarezza per l'inerzia con cui il panorama politico e sociale dell'Italia prosegue nella sua deriva, nella sua regressione.
Spesso anch'io ho l'impressione che finché non si tocca il nostro orticello sia fin troppo scontato voltarsi dall'altra parte e rimanere indifferenti, ignari delle conseguenze che questa indifferenza ha sulle nostre stesse esistenze. La linfa dell'indignazione che così fortemente provo ha un solo nome: INFORMAZIONE. Ecco perché bisogna lottare perché l'informazione libera possa trovare spazio in questo caos di disinformazione pilotata, che punta sulla formula dei "tanto non cambia niente", "tanto sono tutti uguali"..eh no!!!! Svegliamoci e informiamoci che a guardarci bene ci sono delle belle DIFFERENZE!!
RIDIAMO DIGNITA' AL NOSTRO PAESE.

La seconda Repubblica sta cadendo sotto i colpi di un nuovo scandalo giudiziario. L’inchiesta sull’eolico e sulla cosiddetta P3 ha messo all'angolo il governo. Esponenti di prim'ordine di questa classe dirigente fanno politica per il loro tornaconto, nulla di nuovo. Sono affaristi che tramutano il potere ottenuto col consenso elettorale in quattrini. Ma in tutto questo bailamme senza fine mi chiedo dove sia finito il cittadino italiano.
L'Italia è una nazione che non si indigna più. La rabbia è un sentimento che sembra non appartenere più al Paese. Dov'è finita, ad esempio, l'Italia ferita e arrabbiata che ho visto durante i funerali di Paolo Borsellino? (guarda il video)
Berlusconi nega l'esistenza della P3 e parla di una montatura. Smentisce, con una bella faccia tosta, il certo e il provato. Nonostante le carte processuali, infatti, e le intercettazioni, le stesse che vorrebbe abolire e dalle quali emerge il quadro di una situazione indecente e preoccupante. Eppure alcuni cittadini mantengono delle riserve e dei dubbi sulla disonestà di questo governo. Eppure i sondaggi sembrerebbero non punirlo, lo darebbero ancora capace di vincere le elezioni.
In Inghilterra un ministro si è dimesso perché nella sua nota spese sono finite due cassette porno, in Italia Brancher viene fatto ministro per evitargli un processo per ricettazione.
Nel nostro Paese chi prende e dà mazzette fa carriera, dentro e fuori le istituzioni. Sembra che la mazzetta non sia un problema dei cittadini. Alcuni non comprendono che le tangenti tolgono loro scuole, marciapiedi, servizi, ospedali.
L'Italia non ha più spirito collettivo. L'unico motivo che ha scaldato le piazze è quello del lavoro. Il cittadino scende in piazza solo quando il suo stipendio è a rischio. Quando i suoi interessi vengono toccati direttamente. Se poi c'è un Paese che cade a pezzi, sotto i colpi di un governo di imbroglioni, tutto scorre con tranquillità, quasi fosse normale.
Sono diventate una prassi anche questioni scottanti e delicate come quelle che riguardano la Rai.
Con la direzione sciagurata di Minzolini il Tg1 non informa più. Non ha parlato della P3, ha nascosto le vergogne di Brancher e Cosentino, non parla di Cesare, non ha mai detto ai telespettatori che pagano il canone a chi si riferiscono i membri dell’associazione segreta quando usano questo pseudonimo. Un quadro desolante che coincide con lo share in picchiata. L’Italia dei Valori non ha voluto partecipare alla spartizione delle poltrone dell’azienda pubblica e per questo è stata penalizzata in termini di presenze sui tg. Le forze d’opposizione dovrebbero ritirare dal Cda Rai i propri rappresentanti e fare in modo che il servizio pubblico ritorni in mano ai cittadini e che la gestione venga affidata ai professionisti dell’azienda. Altrimenti si rischia di essere complici del ‘direttorissimo’ Minzolini che sta distruggendo la storia del Tg1. Fra le sue malefatte ricordiamo l’isolamento e la cacciata di professionisti come Margherita Busi e Tiziana Ferraro ed altri, giornalisti dalla schiena dritta che hanno la 'colpa' di aver deciso di contrastare la deriva minzoliniana.
L’italiano è fatto così: finché qualcuno non lo tocca personalmente, riesce a tollerare di tutto. E questa si chiama complicità. Per fortuna non tutti sono così.
Comunque, a prescindere dal lavoro dei magistrati e da quello che ne verrà fuori, a prescindere da Cesare e dai suoi fedeli, l'Italia oggi ha un bisogno primario: cambiare cultura. Il nostro Paese deve riscoprire la rabbia e l’indignazione. E lo deve fare ogni giorno. Perché indignarsi è un diritto ed un dovere. Perché indignarsi è l'unica strada per rivoltare l'Italia e rifarne una nazione civile.
Finché gli industriali non cacceranno via Berlusconi dalle loro convention, fischiandolo invece di applaudirlo, l'Italia sarà sempre terra fertile per i corruttori, e non ci sarà solo la P3, ma anche la P4 e così via.
Il problema è culturale. Il problema della mafia è anche un problema del cittadino lombardo, il problema della Val di Susa è anche un problema del cittadino calabrese, come l'acquedotto pugliese è anche un problema dei piemontesi. Finché non ci sarà questa convinzione, l'Italia rimarrà sempre terra di concime per la corruzione. Non credo, in questo senso, che mandare a casa Berlusconi senza riscoprire una nuova cultura dello Stato, possa risolvere il problema.

Postato da Antonio Di Pietro